di Ciccio Randazzo

 

L’articolo che segue è un breve racconto che vede protagonisti due concittadini che amando il nostro territorio da sempre ne hanno studiato la storia arricchendone le testimonianze. Il breve racconto vuole essere il pretesto per una rilettura del territorio e per far risbocciare l’interesse alla salvaguardia del patrimonio unico, che ancora possediamo e che troppo spesso non viene valorizzato per come meriterebbe. E’ questo inoltre un piccolo premio per l’interessante ed intenso lavoro svolto dall’Associazione Archeoclub sezione di Carini, che alla fine degli anni novanta rappresentò un tassello importante nella valorizzazione del patrimonio monumentale ed ambientale di Carini. E per che no, quest’ultimo vuole essere anche una speranza che quel percorso intrapreso da questi carinesi volenterosi che spassionatamente studiavano e raccontavano il paese, possa presto riprendere.


Erano passati anni dall’ultimo viaggio esplorativo che i due compari avevano percorso sui sentieri dei nostri avi, per una lettura archeologica del loro territorio. Ora, il più giovane accompagnato e spronato, come sempre, dalle conoscenze, dagli intuiti e dalle convinzioni convincenti del compare più anziano, si ritrovò ansante e sudato per l’erto cammino di un sentiero montano sulla fascia mezzana dell’alta e verdeggiante montagna denominata Montagnalonga.
Terminato il tragitto, segnato da un viottolo accidentato, i due arrivarono ad una piccola radura artificiale ad anfiteatro nelle vicinanze della quale si aprono due piccole caverne naturali. Il luogo solitario e affascinante, mette a disposizione del visitatore una terrazza in bellavista realizzata da antiche e sapienti mani, per scrutare il territorio della antichissima e nobile Carini.
Quel luogo singolare, è reso enigmatico dalla presenza al centro della radura stessa, di una enorme stele circolare. Un monolito scolpito nella roccia locale alto più di venti metri, e con una circonferenza di almeno otto metri circa. La contrada prende il nome dalla stele, denominata da sempre: u pupu (Bamboccio, Pupo).
I due amici conoscevano quel luogo già da tempo. Il più anziano per le sue illimitate conoscenze geografiche, naturalistiche ed archeologiche del territorio, il più giovane per averlo frequentato, sporadicamente, da giovane a caccia di coturnici. (Peccato di gioventù, represso nel rimorso).


Ora, i due compari, sotto quell’enorme monolito esaminavano alcune fotografie del luogo, scattate qualche mese prima dal compare anziano. Rappresentavano con una angolazione particolare e a tutto campo, quell’enorme pupo. Più che un fantoccio di pietra o una colonna votiva come pensavano, ne riconoscevano un enorme fallo di pietra.
Rimasero silenti, i due compari, ognuno seguendo i propri pensieri. Dopo qualche attimo, il più anziano sentenziò: «E’ un simbolo fallico preistorico !».
«Ecco, perché si chiama u “pupu”.» rispose l’altro.
La parola “pupu” disse, nell’accezione del dialetto siciliano sta a significare anche, il membro maschile. Difatti, in gergo, si suol dire:
“nun mi scassari u pupu“ – “me figghiu u pupiddu fici fiura.
Citazioni usate quando si vuole mandare qualcuno “a quel paese” o si vogliono esaltare le capacità del proprio organo sessuale.
Il primo compare aggiunse, «Certamente, questo, è un luogo sacro preistorico, dedicato al dio della fecondità».
A pensarci bene, in origine, i popoli primitivi, con le loro religioni pagane, usavano la rappresentazione fallica come simbolo di fertilità e di procreazione, dedicandogli riti e preghiere.
Gli obelischi in Egitto, i monumenti di Delo, della Persia e della Fenicia, le torri d’Irlanda e Svezia, i monoliti di Francia e di Corsica, i sassi di Cuzco, i Dolmen di Gran Bretagna, Sardegna, Malta e Spagna, i cippi agricoli in Puglia, Albania e Grecia, sono testimonianze di tali simboli. (1 )
Gli Egiziani, con la loro divinità,(2), i Greci e i Romani con le loro divinità Dioniso, Pan, Ermes hanno usato questo simbolo come oggetto da venerare, ma anche, come simbolo di potere, di tabù, di mistero. In Italia, nel Salento e in Sardegna, si trovano ancora oggi simboli fallici (Menhir)a testimoniare il culto antico. In Sicilia, il culto di Ermes (Mercurio), come ci fa sapere Diodoro Siculo, era osservato ad Akray, Agrigento, Palermo, Enna, Menai (Mineo) e Alunzio di origine sicana.
«Quindi, è possibile che nella sicana Ikkara, poteva professarsi il culto di Ermes» , proseguì il compare più anziano.
«Per onorare un culto, da sempre, i popoli hanno affrontato pellegrinaggi, coprendo distanze incredibili. Ancora oggi, sono in vigore pratiche del genere nelle varie religioni,», riflettè ad alta voce il più giovane.
Volando veloci con la fantasia, i due amici, immaginarono quel sito come un rinomato luogo di preghiera d’altri tempi, visitato da tanta gente che supplice, arrivando anche da lontano, veniva in questo santuario a chiedere al dio fallo una grazia di fecondità, un aiuto di virilità. (Sarebbe interessante uno studio approfondito della Sovrintendenza ai Beni Archeologici, per ricercare tracce, reperti fittili di ex-voto, utili a valorizzare tale ipotesi.) (3)
I due allungarono lo sguardo ad ammirare il vastissimo e meraviglioso territorio di Carini.
Lontano da li, ma dritto ai loro occhi, individuarono un altro punto.
Compare Pietro, con quel suo porsi pacato e modesto, indicando quel sito posto su di un promontorio, perfettamente livellato in sommità, disse: «Cumpari, vedete quell’altura tagliata artificialmente, alla base della quale si trova la famosa necropoli arcaica di Ciachea che, voi conoscete? Lì, secondo me, insisteva la Hikkara sicana, ancora non ritrovata.! ».
I due respingevano da sempre l’ipotesi che la Ikkara antica fosse stata individuata sul sito di Montedoro a Montelepre. Montedoro, appartiene ad un altro vallo, è troppo distante dal territorio di Carini, e dalla descrizione di Tucitide, affermavano).
Compare Cicco capì, che avrebbero dovuto mettersi in viaggio per raggiungere a Carcara, sulle tracce dell’antica Ikkara.
Note:
(1) Dal Web.
(2) Chissà se il nostro vocabolo siciliano di pertinenza “min…chia” non derivi proprio dal nome del dio egizio Min ).
“minchia.”, vedi: Salvatore Giarrizzo, Dizionario Etimologico Siciliano, pag. 204.
(3)Gli ex-voto. Hanno origine antichissima. Essi sono legati alle forme di devozione popolare e si trovano in riproduzioni in terracotta di statuette femminili, cippetti, maschere, piedi, mani, organi genitali. Tipi che a partire dal IV secolo a.C. testimoniano lo stretto rapporto esistente tra il devoto e la divinità adorata. (dal Web.)