Intitolazione Carmelo Iannì: giungono precisazioni dall’Opposizione

In relazione all’intitolazione della targa commemorativa in onore di Carmelo Iannì apposta lo scorso 28 agosto con notizia pubblicata sul GDS il giorno seguente, ci giungono alcune precisazioni da parte di due gruppi consiliari, che rivendicano la proposta, poi accolta sia dal Consiglio Comunale all’unanimità nella seduta del 16 novembre 2015 che dall’Amministrazione Comunale, che poi si è adoperata per la realizzazione. Sono stati i gruppi consiliari “Carini Pulita” e “Pdr” il 27-10-2015 ad iniziare l’iter per l’importante commemorazione, attraverso una mozione.

 

L’intitolazione ci lascia particolarmente felici per quest’eroe dimenticato, anche perchè la nostra redazione fù la prima a parlarne a Carini, con un’ampio servizio pubblicato sull’edizione n° 36 del nostro magazine cartaceo nel settembre del 2012.  Vi riproponiamo il servizio, dove all’interno troverete inoltre un’intervista alla figlia di Carmelo, Roberta Iannì.

  • Trent’ anni fa la mafia uccideva Carmelo Iannì. E’ difficile che oggi ne sentiate parlare nei tg. E’ difficile che oggi avvenga qualche commemorazione con le più alte cariche dello Stato. E’ difficile che troviate un aeroporto, ma nemmeno una stazione, una villa, un giardino, uno stadio, una strada, un vicolo intitolato a Carmelo Iannì. Non era né un poliziotto, né un magistrato, ma un semplice cittadino ucciso dalla mafia perché aveva consentito ai poliziotti di infiltrarsi nel suo albergo per potere effettuare un’operazione che sarebbe poi andata a buon fine con l’arresto di un boss di spicco. E la mafia restituì la “cortesia”, uccidendolo appena 4 giorni dopo quell’operazione. Alle 15,30 del 28 agosto 1980, due uomini entrano nell’ albergo “Riva Smeralda” sul lungomare Cristoforo Colombo; nella hall c’è il proprietario. Gli sparano al cuore e alla testa. Carmelo Iannì muore così. Lasciando moglie e tre figlie, la più piccola di 11 anni. E’ questo l’epilogo della storia di un eroe per caso. Una storia che inizia quando la polizia chiede al signor Iannì di contribuire a un’azione investigativa. Nell’hotel gestito da Iannì, infatti, alloggiano alcuni chimici venuti da Marsiglia a Palermo per insegnare le tecniche di raffinazione della droga ai chimici locali. La polizia aveva bisogno di potere seguire tutti i passi, tutte le conversazioni di quegli scienziati venuti dalla Francia. Poter perquisire le loro stanze. E c’era un modo solo. Travestirsi da personale dell’hotel, così da non dare nell’occhio. Carmelo Ianni disse “si, va bene”. Senza sapere che mentre pronunciava quelle parole, pronunciava altresì la propria condanna a morte. Perché la polizia, dopo giorni di indagini, il 24 agosto 1980, fece un blitz in una villa di Trabia. Gli stessi poliziotti che si erano infiltrati nell’hotel trovarono la raffineria. Li arrestarono tutti. Con grande sorpresa degli stessi agenti, trovarono anche Gerlando Alberti senior, detto u paccarrè, il temuto boss della mafia. E fu proprio il boss, dal carcere, a ordinare l’omicidio di Carmelo Iannì, responsabile di avere agevolato la polizia, in maniera determinante, nella propria attività di indagine.
    Non era né un magistrato, né un poliziotto, non aveva nessun dovere, se non quello morale.


Probabilmente non sarà mai rappresentato come icona dell’antimafia.
Probabilmente mai il suo nome verrà urlato nei cortei.
Probabilmente mai la sua effige sarà stampata su una magliettina.
E nessuno, probabilmente mai, penserà di dedicargli un film.
Noi intanto gli dedichiamo questo ricordo.

A parlare al sito dell’associazione nazionale vittime della mafia è la figlia maggiore Roberta (all’epoca sedicenne): “io e le mie sorella avevamo sogni, volevamo fare l’università, avevamodei progetti ma fummo costrette, insieme a nostra madre, a trovarci subito un lavoro: io e Liliana come ragioniere sotto pagate e la mamma si mise a fare riparazioni di sartoria. Non si può trasmettere, dal punto di vista umano, cosa e come abbiamo vissuto la tragedia. Oggi, solo dopo oltre 25 anni, riesco a parlarne (mia sorella Monica non riesce ancora a parlare di mio padre) e a trasformare la mia rabbia in qualcosa di positivo: far conoscere il più possibile alle nuove generazioni cosa è riuscita e ancora riesce a fare la criminalità nella nostra terra. Il degrado della Sicilia, la sotto cultura, il suo mancato sviluppo (malgrado le potenzialità ) sono il terreno fertile per la criminalità organizzata e noi, come altri familiari che abbiamo vissuto questa tragedia, abbiamo il dovere di darne testimonianza diretta anche se per noi è un compito molto difficile. Il processo si è chiuso e il mandante è stato proprio Gerlando Alberti che diede l’ordine di uccidere papà dal carcere. Per i suoi numerosi omicidi sta scontando l’ergastolo. Gli esecutori non sono mai stati individuati”.