“Mio nonno e quella sosta al Piliere”: breve racconto sul valore degli anziani

Nel giorno dedicato alla commemorazione dei defunti, pubblichiamo una profonda riflessione unita ad un breve racconto sul valore dei nostri nonni e più in generale dei nostri anziani, scritto dal dottor Giuseppe Failla.

Nella infanzia, a causa del lavoro dei miei genitori, ho vissuto per quattro anni con i nonni, in una piccola borgata di mille anime, dalla seconda elementare fino alla quinta. In un tempo in cui non avevamo il telefono in casa, e né un mezzo di trasporto, essendo mio nonno sprovvisto di patente. Anche se in realtà erano dei nonni giovani, ai miei occhi apparivano “vecchi” e ciò,  sicuramente,   accentuava il senso di solitudine e di lontananza dai genitori. Il giorno trascorreva veloce, con la scuola, i compiti, il gioco, le serate, invece, erano lunghe, interminabili, e la televisione con l’offerta di un solo canale, certe sere non era fruibile, TV7, Almanacco non erano alla mia portata di bambino. E proprio il tempo della sera, dopo il desco, che vedeva mio nonno protagonista, si iniziava giocando a carte, a dama e poi, davanti casa al fresco, in estate, o in casa,   attorno al braciere in inverno, si lanciava nei suoi racconti, di episodi vissuti, disegnando attraverso la sua vita la società dei primi del novecento, del periodo fascista, della guerra, del dopo guerra.

Nonostante avesse alle spalle una scolarità che si era fermata alla seconda elementare, era il mio libro di storia, e non solo, perché attraverso i racconti popolari, si trasformava in maestro di vita, in poche parole era una “biblioteca vivente”. Numerosi gli episodi da lui raccontati, che mi introducevano nel rapporto con i genitori, con il lavoro, con il mondo animale, con l’agricoltura, con l’economia, con le donne, con il potere, con la legge, con Dio, ne aveva uno per ogni tema, perché  la poliedricità della vita passava attraverso il suo vissuto, che con amore e pazienza riversava attraverso la gestualità nei miei occhi, attraverso le parole nelle mie orecchie, e nel mio cuore attraverso il suo amore. Mio nonno è stata la persona da cui, mi sono sentito voluto bene più di tutti,  senza se e senza ma, in una gratuità assoluta mi ha donato la sua saggia esperienza. In lui si incarnava la parola del salmista “Insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore” (sal.90). In uno dei suoi racconti, mi parlò di un uomo sposato, con il padre anziano a casa. Ovviamente il “vecchietto” come avrebbe cantato qualche anno dopo Modugno, era di peso, e su forte sollecitazione della moglie, l’uomo si decise a portare il padre anziano e malato in un ospizio.

La mattina di buonora l’uomo si carica il padre sulle spalle e si avvia verso quella che oggi chiameremmo la “casa per anziani” lungo il tragitto l’uomo sente la stanchezza e intravede un “piliere”, (cosa fosse di preciso a mio nonno non l’ho mai chiesto, il significato mi era comunque  comprensibile) una “pietra miliare”, (recita vocabolario siciliano) alta e spessa quanto bastava per poter far sedere il papà e riprendere fiato. Proprio durante quella breve sosta, il padre dice : “figlio mio proprio qui io, tanti anni or sono, mi sono fermato a riposare prima di portare  il mio papà all’ospizio”. Il figlio comprende la lezione, si carica il padre sulle spalle e lo riporta casa, perché domani non accada a lui lo stesso. Questo breve racconto, mi è sempre rimasto impresso nel cuore, generando in me un grande rispetto per gli anziani, come lo era nonno. Nel tempo le cose sono cambiate, i “vecchi” da risorsa sono divenuti un peso, abbandonati spesso alla loro solitudine, accanto ad un telefono che non squilla, o accanto ad una porta dove nessuno bussa.

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La società moderna, le nostre città, le case piccole,  i ritmi del lavoro, il traffico e le distanze, relegano i nostri genitori ad essere un peso, inutile, tanto da generare in loro, come accade in molti paesi, civili, da noi invidiati, il convincimento che è meglio uscire di scena, “dolcemente” senza troppi fastidi per i familiari, in obbedienza alla “cultura dello scarto” (Papa Francesco).

Questa nostra società è così solidarista che ci invita a dedicare un po’ del nostro tempo ai venerandi, completamente ignari del tesoro e della ricchezza che un uomo con i capelli bianchi rappresenta. “Gli anziani aiutano a guardare alle vicende terrene con piu’ saggezza, perché le vicissitudini li hanno resi esperti e maturi. Essi sono i custodi della memoria collettiva…..Escluderli è come rifiutare il passato, in cui affondano le radici del presente, in nome di una modernità senza memoria. Gli anziani, grazie alla loro matura esperienza, sono in grado di proporre ai giovani consigli ed ammaestramenti preziosi” (Giovanni Paolo II).

Uno Dei dieci comandamenti recita “Onora il padre e la madre”, unico comandamento a cui è legata una promessa “perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che ti dà il Signore tuo Dio” (Es20,12). Nessuno mai potrà essere un buon genitore se non è stato un buon figlio se non ha rispettato il quarto comandamento. E forse molte difficoltà dei giovani di oggi nascono da questa inosservanza di una grande e fondamentale legge naturale. Occorre ripensare tutto ciò per promuovere una cultura di una anzianità accolta e valorizzata, per immaginare luoghi, spazi, ritmi in cui i nostri anziani trovino il giusto abitat, che rimane la “casa” tra parenti, conoscenti, amici e dove possono essere e sentirsi utili.

“La vecchiaia è portatrice di sapienza, una grande ricchezza. La qualità di una società, di una civiltà, si giudica anche da come gli anziani sono trattati e dal posto loro riservato nel vivere comune. Chi fa spazio agli anziani fa spazio alla vita! Chi accoglie gli anziani accoglie la vita!” (Benedetto XVI).

(foto tratta da gruppovottoalessi.it)

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