“Siano uno, affinchè il mondo creda”: riflessioni sulla pandemia e sulla chiesa

La pandemia che ha sconvolto, e affligge ancor oggi, il nostro pianeta, scardina consuetudini consolidate nel tempo, rivoluziona le nostre relazioni sociali, e financo crea scompiglio nel profondo del nostro essere, provocando attraverso una“deprivazione sensoriale” uno disorientamento esistenziale. Molti si sono, ci siamo, guardati allo specchio della vita, non riconoscendo più gli
affetti, le emozioni, i convincimenti, che avevano fatto di noi, quello che pensavamo di essere, quello che gli altri pensavano fossimo. Ci siamo sentiti smarriti, persi, in balia di bollettini e dpcm, in attesa di nuove, eleganti e curate conferenze stampe. Smarrimento che ha interessato tutti gli ambiti della nostra vita, compreso l’ambito religioso, la vita di fede dei credenti, cattolici e non.
I cattolici si sono trovati davanti a scelte laceranti, come dover rinunziare per la prima volta nella storia della chiesa, all’Eucarestia, alla Pasqua, fondamento della vita cristiana, lasciando che Cesare da sovrano illuminato ci spiegasse per filo e per segno quello che potevamo fare o non fare. Al di là delle innumerevoli discettazioni e ragionamenti, torti o ragioni, il dado era
tratto, e gli effetti sulla vita della chiesa li valuteremo nel tempo. Sicuramente tra i cattolici della domenica soprattutto, coloro che rappresentiamo la massa (si fa per dire) dei fedeli, ci sono state reazioni diverse e contrapposte, fino alla divisione. Che bella quella piazza san Pietro vuota, sotto la pioggia, con il pontefice solo davanti alla croce miracolosa della chiesa di San Marcello, che suggestione per molti. Che cosa sarebbe stata invece quella piazza, piena dei nostri vescovi, pastori, impavidi sotto la pioggia, con il loro abito rosso nel buio della sera, distanziati come
voleva Cesare, ma a richiamare la potenza e l’amore di Dio che tutto può, che squarcia le tenebre, in preghiera, in comunione, che meraviglia hanno pensato altri. E in questo, leggendo quello strano disegno di chi ci interpreta la vita, cercando di allontanarci da Dio, il covid ha raggiunto un grande risultato, non solo avere chiuso le chiese, fermato le celebrazioni eucaristiche e la pasqua, ma creato anche divisione tra i fedeli, il massimo dei risultati.
Si perché nella Chiesa le divisioni ci stanno, e realisticamente se non vogliamo trasformare il cristianesimo in buonismo, occorre prenderne atto. Agli occhi del mondo laico, le grandi firme del Corriere della Sera in particolare, molto attento, con onestà intellettuale, alla chiesa in questi mesi di pandemia, si delinea una contrapposizione tra la chiesa di papa Francesco e quella di Giovanni
Paolo II. Tradotto in maniera semplice tra la chiesa di Francesco che pone l’accento soprattutto sulla carità, sull’accoglienza, sulle povertà, e la Chiesa di San Giovanni Paolo II, che invece sembra incentrata soprattutto sulla fede, sulla evangelizzazione. Insomma il dilemma antico tra San Giacomo e San Paolo, ci si salva per le opere o basta la fede. I sostenitori delle due correnti si presentano agguerriti e non mollano di un centimetro, esistono parrocchie trasformate in agenzie sociali e in cui è difficile incontrare il Kerigma, ed esistono parrocchie basate molto sulla spiritualità, e poco attente ai bisogni degli ultimi, quasi infastidite da questi. E incredibilmente si mette a rischio l’unità della chiesa pensando gli uni e gli altri di possedere la verità.
Eppure come tutto il magistero, le scritture, la tradizione ci insegnano non esiste e non può esistere nessuna contraddizione tra la fede e la carità, se non nella pretesa degli uni e degli altri di avere ragione. Fede e Carità sono due virtù teologali, frutto dello Spirito Santo , inseparabili e mai contrapposte. “L’esistenza cristiana consiste in un continuo salire il monte dell’incontro con Dio per
poi ridiscendere, portando l’amore e la forza che ne derivano, in modo da servire i nostri fratelli e sorelle con lo stesso amore di Dio. “ Benedetto XVI Possiamo quindi parlare di priorità della fede e di primato della carità, “tutto parte dall’umile accoglienza della fede (sapersi amati da Dio) ma deve giungere alla verità della carità.” Benedetto XVI Una chiesa divisa non è credibile come ci ricorda il Concilio Vaticano II, “le divisioni dei credenti contraddicono apertamente la volontà di Dio, sono di scandalo al mondo e danneggiano la santissima causa della predicazione del Vangelo ad ogni creatura”(U.R).
E come in ogni tempo, i battezzati sono chiamati alla fedeltà a Pietro, al Papa, al di là di ogni umana simpatia; diceva Don Bosco ai suoi giovani noi gridiamo sempre e solo viva il Papa, senza aggiunte. Si perché in questo nostro travagliato tempo, la missione della chiesa è ancora più importante, per dare conforto, discernimento ad una umanità smarrita. Io credo che siamo chiamati ad avere la intuizione di Salomone, davanti alle due madri che rivendicano la maternità del bimbo nato vivo. La madre finta pur di avere ragione è disposta a vedere il bimbo ucciso, diviso in due, a differenza della madre vera che pur di salvare il piccolo è disposta a rinunziare al figlio per amore. Chi ama veramente la chiesa, oggi è chiamato a fare come questa mamma, rinunziare alle proprie convinzioni per amore a Cristo e obbedienza alla cattedra di Pietro.