“Stella o fedele Stella, quando ti deciderai a darmi un appuntamento meno effimero..?”

“Stella o fedele stella, quando ti diciderai a darmi un appuntamento meno effimero, lontanto da tutto nella tua regione di perenne certezza ?” Con queste parole, l’ormai anziano e stanco, principe di Salina, nel Gattopardo, pensa alla morte. Non sembra averne paura, anzi la ritiene un ineludibile ed elagante appuntamento, in una eternità costellata di certezze. Sullo sfondo di questo lungo tempo Covid 19, ormai indefinto e forse interminabile, la paura della morte l’ha fatta da padrone. Una comunicazione all’unisono, ossessivamente incentrata sulla grande tragedia in atto, e una scienza del tutto secolarizzata, anche se con il volto dell’Università Cattolica, hanno ridotto l’intera esistenza di un popolo, nel buco nero della paura di morire ad opera di un virus. Per la prima volta nella storia dell’uomo un microbo ferma l’umanità, l’umanità potente e grandiosa del terzo millennio, impedendogli di vivere, relegandola agli arresti domiciliari. Un virus, o meglio una paura del virus, o meglio ancora della morte, che sta, come dice Diego Fusaro, giovane filosofo, riplasmando il mondo nella visione integrale del globalismo. Un virus che fa politica, economia, religione, colpendo con precisione chirurgica le libertà fondamentali dell’uomo. Una infezione che ha in odio i sovanisti, anche  se la percentuale di decessi negli Usa e in Brasile, ad oggi, è nettamente inferiore rispetto a paesi a guida progressista, come Spagna e Italia, (vedi worldmeter). Una malattia che non ama le partite iva, l’ imprenditoria legata al territorio ed ai nuclei familiari, ultimo residuo del magistero sociale in economia , della chiesa cattolica, perché  ama le grandi catene, i grandi gruppi economici, dove tutti possiamo essere dipendenti, e molto piu’ facili da controllare. Una infezione che genera “ quell’emergenza che rappresenta , come scrive A. Polito sul Corriere, l’humus ideale per i rischi di dispotismo democratico, perché  rappresenta la situazione tipica in cui chi rifiuta di obbedire alla volontà generale vi sara’ obbligato, lo si forzerà ad essere libero, fino a chiedere al cittadino l’alienazione totale, con tutti i suoi diritti, alla comunità, come recita Rousseau”.Un coronavirus che è stato capace di silenziare la Chiesa, lasciando solo il Papa,  facendo passare l’idea che la fede sia un fatto intimistico, privato, senza  rilevanza sociale, cosa assai gradita al laicismo massone, e non solo,  privando, cosa mai accaduta nella storia, i fedeli della mensa eucaristica. Come se il pane eucaristico fosse meno importante degli alimenti del corpo, dei tabacchi, dei quotidiani. Cosa direbbero i martiri di Abitene?  probabilmente quello che ha detto mons. D’ercole, vescovo di Ascoli Piceno, voce in un silenzio assordante. Già la paura della morte, ci riporta alla lettera agli Ebrei  2,14-15, fondamento del Kerigma, e che ci spiega come Dio in Cristo attraverso la morte e la resurrezione, riduce all’impotenza colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, per liberare cosi’  quelli che per paura della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita. Questa la chiave di lettura che la fede ci offre davanti a fatti incomprensibili e gravi come quello che stiamo vivendo. Siamo chiamati a vivere, cogliendo il senso profondo inscritto nelle drammaticità dell’oggi, le domande  che si nascondono nel cuore di ogni uomo, per dare un significato a questo tempo,  significato che una società senza Dio non ha. Ci siamo forse scordati di tutto ciò, (quando il figlio dell’Uomo tornerà, troverà sulla terra la fede ?)  lasciandoci rinchiudere nelle sagrestie, attanagliati dalla paura, tranne qualche eccezione,  dimenticandoci che la morte è vinta, è il nostro dies natalis,  è quell’approdo dolce e grandioso all’Eterna, perenne Certezza, che ci rende autenticamente liberi. (foto “Italia informa”)

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