“Tutto ha il suo momento, e ogni evento ha il suo tempo sotto il cielo”

Prendo spunto da queste parole del Qoèlet per una riflessione che, in questi giorni, mi accompagna verso la fatidica data del prossimo 30 luglio, mio ultimo giorno di lavoro presso l’ospedale San Pietro, per il compimento dell’età che ci pone a riposo. Confesso che non ho mai pensato alla pensione come una meta, un punto di arrivo, come non ho mai considerato i weekend o le ferie una liberazione dal lavoro. Ho sempre percepito la capacità e la possibilità di lavorare un elemento costitutivo della persona, un luogo, un tempo privilegiato in cui esprimere il nostro essere, vivere pienamente la nostra umanità, protagonisti del nostro tempo. Ammetto che ancora oggi non sento il peso degli anni, né la stanchezza o il rifiuto per un lavoro che mi ha regalato grandissime e straordinarie opportunità, per conoscere e incontrare la Verità, Dio, attraverso la sofferenza di uomini e donne che hanno bussato alla porta di casa di San Giovanni di Dio.

Il mio lavoro di questi anni non significa soltanto l’appartenenza ad un ospedale, vero ed efficiente presidio medico per la città di Roma, ma soprattutto aver potuto vivere pienamente la mia vocazione di medico credente. Cio’ per cui mi ero mosso dalla mia Carini, negli anni settanta, primo in assoluto ad “emigrare” per studiare, presso l’Università Cattolica, guidata  dal magnifico rettore Giuseppe Lazzati. Gli anni vissuti presso il San Pietro hanno attraversato un momento storico particolarmente significativo per le sfide in campo etico, sfide che hanno interrogato profondamente la coscienza degli operatori sanitari, sempre piu’ coinvolti in tematiche che avessero a che fare con il diritto alla vita, la dignità della persona. In una Europa, o meglio mondo occidentale, sempre più laicizzato e laicista con forte venatura anticristiana, appare sempre piu’ difficile accogliere la sfida sul grande tema dei diritti, su tutti il diritto alla vita, dal concepimento alla fine naturale della esistenza. Il mio eroico furore della giovinezza si è stemperato negli anni, senza perdere il convincimento sulla buona battaglia da condurre, ma senza la illusione tutta giovanile di affermarsi e proporsi con forza. Gli anni trascorsi presso la casa dei Fatebenefratelli mi hanno insegnato la “sapienza della chiesa” che è il modo di porsi della chiesa primitiva, manifestandosi nel mondo senza essere del mondo, testimoniando   un nuovo modo di essere, capace di farsi carico dei bisogni dell’altro, amando l’altro senza la pretesa di cambiarlo. Consapevoli che solo un amore incarnato nel lavoro di tutti i giorni, umile, è attrattivo, ha fascino, genera stupore nelle persone che lo incontrano, provoca domande, interrogativi che svegliano nel cuore  dell’uomo di oggi il desiderio di trascendenza di Infinito.

E vorrei concludere, per dire che non siamo padroni del tempo, e che i disegni di Dio sono per noi imperscrutabili, e che occorre avere fede in Lui, ancora con le parole del Qoèlet  “Ho considerato l’occupazione che Dio ha dato agli uomini perché si occupino in essa. Egli ha fatto bella ogni cosa a suo tempo; ma egli ha posto la nozione dell’eternità nel loro cuore, senza però che gli uomini possano capire l’opera compiuta da Dio dal principio alla fine”.